Il tè in polvere in Cina – Dai panetti imperiali a un’arte dimenticata
Quando oggi parliamo di tè in polvere, la maggior parte del mondo pensa al matcha giapponese. In realtà, però, si tratta di una tradizione che affonda le sue radici in Cina – profondamente nella storia, almeno fino alla dinastia Tang (618–907) e culminata durante la dinastia Song (960–1279). Ciò che oggi percepiamo come una cultura tipicamente giapponese era un tempo una parte naturale della vita del tè in Cina. Il tè in polvere non era un’eccezione né una specialità, ma un modo comune di preparare e vivere il tè – come una bevanda che non si separa dalla foglia, ma la include completamente. In quel contesto culturale, il tè non era soltanto un infuso, ma un’esperienza completa, in cui gusto, consistenza e impressione visiva si univano in un insieme armonico.
Tang: tè in panetti e origini della macinazione
Durante la dinastia Tang, il tè veniva prodotto principalmente sotto forma di panetti compressi (饼茶 bǐng chá). Prima della preparazione, questi panetti venivano tostati, frantumati e successivamente macinati in polvere. La polvere risultante veniva quindi bollita in acqua, spesso con l’aggiunta di sale, spezie o persino cipolla o zenzero – il profilo aromatico era sensibilmente diverso da quello attuale.
Questo metodo è descritto anche dal celebre Lu Yu (陆羽) nella sua opera Il Canone del tè (茶经 chá jīng), dove analizza in dettaglio non solo la qualità dell’acqua e del tè, ma anche le modalità di preparazione. Anche se non si tratta ancora della montatura nel senso moderno, qui nasce già il principio fondamentale: il tè come polvere che si unisce all’acqua in una bevanda unica.
Song: apice del tè in polvere ed estetica della schiuma
Durante la dinastia Song avviene una trasformazione fondamentale. Il tè è ancora prodotto in panetti compressi, ma la preparazione passa dalla bollitura alla montatura. Nasce il metodo 点茶 (diǎn chá) – “punteggiare il tè”, cioè versare gradualmente acqua calda sulla polvere e montarla con un frustino di bambù fino a ottenere una schiuma fine.
È qui che nasce il vero predecessore del matcha moderno.
La cultura del tè durante la dinastia Song è straordinariamente sofisticata. Non riguarda solo il gusto, ma anche l’esperienza visiva ed estetica. La schiuma sulla superficie del tè diventa oggetto di valutazione – la sua densità, il colore e la durata. Diventano popolari le cosiddette “competizioni di tè” (斗茶 dòu chá), in cui si confronta la qualità della bevanda preparata. Paradossalmente, si utilizzano spesso ciotole scure per far risaltare meglio la schiuma bianca sulla superficie.
In questo periodo il tè viene coltivato e lavorato con grande cura, spesso come tè tributo (贡茶 gòng chá) destinato alla corte imperiale. La produzione è complessa, comprende una macinazione fine su mulini in pietra e pone grande enfasi sulla purezza del gusto. Il tè in polvere diventa simbolo di raffinatezza, cultura e status sociale.
Ming: la fine di un’epoca
Una svolta arriva con l’ascesa della dinastia Ming (1368–1644). Il primo imperatore di questa dinastia, Hongwu (洪武帝), decise di semplificare la produzione del tè e abolì il sistema dei panetti tributo. Al posto del tè compresso iniziano a diffondersi le foglie sfuse (散茶 sǎn chá).
Con questa decisione, la necessità di macinare il tè in polvere e montarlo scompare gradualmente. Il nuovo stile di preparazione – versare acqua calda sulle foglie intere – è più semplice, accessibile e meno impegnativo in termini di attrezzature e tempo. Riflette anche un cambiamento estetico: l’attenzione si sposta dalla schiuma alla limpidezza dell’infuso, al profumo e allo sviluppo progressivo del gusto.
Nel giro di poche generazioni, la cultura del tè in polvere in Cina quasi scompare. Rimane solo nei testi storici, nei dipinti e negli strumenti dimenticati.

Trasmissione in Giappone: una tradizione preservata
Mentre in Cina il tè in polvere scompare, in Giappone la sua tradizione inizia appena a formarsi. Un ruolo chiave è svolto dal monaco zen Eisai (栄西, 1141–1215), che viaggiò in Cina (durante la dinastia Song) e riportò non solo i semi del tè, ma anche il metodo di preparazione tramite montatura.
In Giappone questo stile si radicò gradualmente e si sviluppò nel contesto del buddhismo zen. L’enfasi su semplicità, disciplina e momento presente portò alla nascita della cerimonia del tè (茶道 sadō). Da un metodo originariamente cinese nacque così una forma culturale profondamente giapponese.
Si sviluppa anche una differenza fondamentale nella lavorazione: i giapponesi iniziano a ombreggiare il tè prima della raccolta, aumentando il contenuto di clorofilla e aminoacidi (soprattutto L-teanina). Le foglie vengono cotte a vapore (a differenza della tostatura cinese) e macinate in una polvere estremamente fine. Nasce così quello che oggi conosciamo come 抹茶 (mǒ chá / matcha).
Mo Cha e Cha Fen: terminologia e significato
Storicamente, il termine 抹茶 (mǒ chá) indicava semplicemente “tè macinato”. Durante la dinastia Song questo termine corrispondeva alla pratica comune. Oggi però il suo significato è cambiato e indica quasi sempre il matcha giapponese.
Al contrario, il moderno termine cinese 茶粉 (chá fěn) significa generalmente “polvere di tè” – un prodotto ottenuto tramite macinazione meccanica. Non si riferisce a uno specifico metodo di coltivazione né a una preparazione rituale. Può trattarsi di tè verde, nero o di altro tipo, mantenendo il carattere originario della foglia.
La differenza tra questi due termini non è quindi solo linguistica, ma anche culturale:
- 抹茶 (mǒ chá) – oggi associato a tradizione, rituale e specifica tecnologia giapponese
- 茶粉 (chá fěn) – indica una forma pratica e moderna di tè senza necessario contesto culturale
Il ritorno moderno della polvere
Negli ultimi decenni il tè in polvere è tornato sulla scena – ma con un ruolo diverso. Non più come parte di competizioni aristocratiche o rituali zen, ma come ingrediente funzionale e flessibile.
In Cina e nel mondo si sviluppa la produzione di 茶粉 (chá fěn) per la gastronomia, l’industria delle bevande e l’uso domestico. Il tè in polvere viene utilizzato in bevande, dessert, prodotti lattiero-caseari e cucina moderna. I suoi vantaggi sono la semplicità, la costanza e la possibilità di utilizzare l’intera foglia.
Dal punto di vista storico, si tratta di un ritorno silenzioso a qualcosa che un tempo era naturale. Solo senza rituali, senza corti imperiali e senza competizioni sulla schiuma.
E forse è proprio questo il suo fascino particolare – il fatto che porti ancora con sé una traccia dell’antica cultura cinese, anche se oggi si manifesta in modo completamente diverso.
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