La maggior parte delle persone associa il tè giapponese al tè verde, come sencha, gyokuro o matcha. Tuttavia, il Giappone produce anche tè nero, conosciuto localmente come Wakōcha (和紅茶) — letteralmente “tè rosso giapponese”. Sebbene rappresenti una parte marginale della cultura del tè giapponese, il wakōcha ha una storia ricca, intrecciata con scoperte, innovazioni e adattamento. Il termine wakōcha viene usato in Giappone per indicare la produzione domestica di tè nero. Questo nome lo distingue dai tè neri importati (kōcha, 紅茶), divenuti popolari durante il periodo Meiji. A differenza del gusto deciso e maltato dell’Assam indiano o delle note floreali del Dianhong cinese, il wakōcha presenta un corpo più leggero, un’astringenza delicata e un sapore naturalmente dolce, fruttato o mielato. Il suo carattere raffinato riflette il terroir del Giappone e l’uso di cultivar tradizionalmente coltivati per il tè verde.


Spirito pionieristico: Tada Motoyoshi e i primi esperimenti

I primi tentativi del Giappone con il tè nero risalgono al periodo Meiji (1868–1912), un’epoca di rapida modernizzazione e influenza occidentale. Una delle figure chiave fu Tada Motoyoshi (多田元吉), spesso considerato il padre del tè nero giapponese. Negli anni Settanta dell’Ottocento, il governo inviò Tada in Cina e in India per studiare la coltivazione e la lavorazione del tè nero.

Al suo ritorno, Tada introdusse cultivar di tè assamesi e cinesi e iniziò a promuovere la produzione di tè nero, soprattutto nelle regioni di Shizuoka e Kagoshima. I suoi sforzi portarono alla fondazione di centri di formazione e fattorie sperimentali. Nonostante l’entusiasmo iniziale, il tè nero giapponese faticò a imporsi sul mercato globale, dominato da produttori consolidati come l’India e lo Sri Lanka.


Benifūki, Benihomare e Benimomare: innovazioni nei cultivar

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’industria del tè giapponese tornò a concentrarsi sul consumo interno e la produzione di tè nero diminuì. Tuttavia, gli istituti di ricerca continuarono a sperimentare con cultivar ibridi dedicati al tè nero.

Tra questi, negli anni Cinquanta emerse il Benihomare (紅ほまれ), uno dei primi cultivar selezionati esclusivamente per il tè nero giapponese. Si trattava di un incrocio tra Assam e Darjeeling, con un gusto più deciso e una resa più elevata. Negli ultimi anni, cultivar come Benifūki e Benimomare (紅もまれ) hanno guadagnato popolarità. Benimomare è particolarmente apprezzato per il suo gusto ricco e aromatico, con note floreali e di frutta secca, contribuendo al rinnovato interesse per il wakōcha come prodotto artigianale di pregio.

Attualmente vengono utilizzati molti altri cultivar giapponesi per la produzione di tè nero:

Cultivar Anno Uso Note
Benihomare (紅ほまれ) 1953 Tè nero Primo vero cultivar di wakōcha
Benihikari (紅ひかり) 1971 Tè nero Resistente al freddo
Benifuji (紅ふじ) 1971 Tè nero Aroma in stile Darjeeling
Benikaori (紅かおり) 1983 Tè nero Elegante e aromatico
Benibana (紅ばな) 1986 Tè nero Sapore equilibrato
Benifūki (べにふうき) 1993 Tè nero e verde Popolare e versatile
Benimidori (紅みどり) 2008 Tè nero Colore d’infusione intenso
Benimomare (紅もまれ) 2012 Tè nero Floreale, moderno favorito

Di recente, due varietà originariamente verdi hanno guadagnato popolarità anche come tè neri: Yabukita (やぶきた) e Sayamakaori (さやまかおり).


Il viaggio oltre il mare: Daikokuya Kōdayū

La storia di Daikokuya Kōdayū (大黒屋光太夫) non è direttamente legata alla coltivazione del tè, ma simboleggia l’apertura del Giappone al mondo durante il periodo Edo. Kōdayū era un mercante giapponese che, nel 1783, naufragò e trascorse diversi anni in Russia, dove incontrò persino l’imperatrice Caterina la Grande. Dopo dieci anni di esilio, tornò in Giappone nel 1792 con nuove conoscenze sull’Occidente. La sua vicenda prefigura la curiosità culturale che più tardi avrebbe alimentato anche gli esperimenti di Tada Motoyoshi.

Nel 1783, mentre comandava una nave mercantile, Kōdayū e il suo equipaggio furono travolti da una tempesta e naufragarono nel Pacifico settentrionale. Dopo mesi in mare, approdarono su una delle isole Aleutine, allora parte dell’Impero Russo. Da lì, Kōdayū e alcuni sopravvissuti intrapresero un incredibile viaggio attraverso la Siberia fino a San Pietroburgo. Nel 1791 fu ricevuto dall’imperatrice Caterina la Grande. Con il suo permesso, fece poi ritorno in Giappone passando per la Siberia e le isole Ryūkyū. Il viaggio di Kōdayū simboleggia i primi contatti tra Giappone e Occidente durante il periodo di isolamento ufficiale. Il suo ritorno fu reso possibile dalla diplomazia e dall’interesse russo a instaurare relazioni con il Giappone. I suoi resoconti fornirono preziose conoscenze sulla società europea all’élite giapponese.

Sebbene non fosse direttamente collegato al tè, la storia di Kōdayū — fatta di adattamento, scoperta e scambio culturale — è spesso interpretata come una metafora dello spirito che ispirò i giapponesi a sperimentare idee straniere, inclusa la produzione di tè nero.


Il wakōcha oggi: un rinnovato interesse

Negli ultimi decenni, il wakōcha sta vivendo una rinascita — grazie soprattutto a piccoli coltivatori e artigiani del tè desiderosi di ampliare l’offerta giapponese. Case da tè specializzate e appassionati, in Giappone e all’estero, riconoscono oggi il wakōcha come una componente autentica e preziosa del mondo del tè.

I migliori wakōcha provengono oggi da regioni come Kagoshima, Shizuoka, Kumamoto e Nara, dove viene spesso coltivato in modo biologico e lavorato con grande cura. A causa della produzione limitata e del profilo aromatico unico, questi tè stanno diventando sempre più ricercati tra gli intenditori.


Chi beve tè nero in Giappone?

Le generazioni più anziane rimangono fedeli al tè verde o all’hōjicha. Le giovani donne e i frequentatori di caffetterie preferiscono il tè nero, soprattutto con i dolci o come milk tea. Gli appassionati di tè scelgono il wakōcha per il suo terroir, i cultivar unici e la qualità artigianale. E, infine, i turisti, sempre più spesso esposti al tè nero giapponese come parte della cultura locale.

I giapponesi conoscono bene i numerosi studi condotti nel Paese sui benefici per la salute del tè, incluso quello nero. Il numero di persone che bevono tè nero per i suoi effetti salutari è in rapida crescita. Tra i molti effetti positivi, il tè nero si è rivelato un valido alleato nel controllo del peso — e le donne ne sono particolarmente consapevoli. Una ricerca dell’Università di Waseda, guidata da Takamizawa Naoko, ha dimostrato che bere tè nero durante i pasti riduce le oscillazioni dei livelli di zucchero nel sangue. Il tè inibisce gli enzimi che scompongono amidi e grassi, rallentandone l’assorbimento — può quindi contribuire alla prevenzione del diabete e fungere da aiuto nella regolazione del peso corporeo.


Conclusione

Sebbene il wakōcha non abbia una storia lunga e dominante come quella del tè verde giapponese, racconta una storia affascinante di sperimentazione, adattamento e perseveranza silenziosa. Dalla pionieristica opera di Tada Motoyoshi allo sviluppo di cultivar come Benimomare, fino allo spirito d’esplorazione incarnato da Daikokuya Kōdayū, il tè nero giapponese riflette un tema profondo della storia del Giappone: la capacità di assorbire influenze esterne e trasformarle in qualcosa di autenticamente proprio.